How to Thrive Under a Micromanager: Empower Yourself for Success


Imagine Alice, a talented graphic designer at a marketing firm. Alice loves her job and takes pride in her creativity. However, her manager, John, habitually hovers over her shoulder, constantly checks her work, and provides unsolicited feedback on every minor detail. John insists on approving every draft before Alice can move forward, often making her redo tasks multiple times. This constant oversight leaves Alice feeling frustrated and undervalued, stifling her creativity and reducing her job satisfaction. Alice works with a micromanager.

Does it sound familiar to you?

The workplace today can be tough, especially when you are supervised by a micromanager. But what is micromanagement? It can be defined as a management style where a leader controls every detail of their team’s activities excessively. This often signals a lack of trust in employees’ abilities to perform tasks independently. Instead of fostering a collaborative and innovative environment, micromanagement can hamper creativity and reduce job satisfaction. While their intention might be to ensure quality and control, the impact can often feel suffocating.

However, there are strategies you can use to manage this situation effectively. Have a look.

Strategies to Thrive Under a Micromanager

  1. Build Trust Through Communication: Regularly update your manager on your progress. Proactively sharing your achievements and challenges can build trust and reduce their need to micromanage.
  2. Clarify Expectations: Ensure you understand what your manager expects from you. Ask for clear guidelines and deadlines, and confirm your understanding to avoid misunderstandings.
  3. Seek Feedback and Act on It: Request constructive feedback and show that you are implementing it. Demonstrating your willingness to improve can help alleviate their concerns.
  4. Document Your Work: Keep detailed records of your tasks and progress. This can serve as evidence of your productivity and reliability, helping to build your manager’s confidence in your abilities.
  5. Set Boundaries: Politely but firmly set boundaries if the micromanagement becomes overwhelming. Explain how excessive oversight affects your productivity and suggest a more balanced approach.
  6. Focus on Solutions: Instead of dwelling on the negatives, focus on finding solutions. Offer suggestions on how you can work more independently while still meeting their standards.
  7. Seek Support: If the situation becomes too challenging, seek support from HR or a trusted colleague. They can provide advice and help mediate the situation if necessary.

Dealing with a micromanager can be tough, but by taking proactive steps, you can create a more positive work environment for yourself. Building trust, clarifying expectations, and focusing on solutions can help you thrive and succeed, even under close supervision. Remember, your goal is to empower yourself and demonstrate your capability to work independently.

Have you ever worked with a micro-manager? Or if you are a manager, what about your management style? Let me know in the comment box here below and don’t forget to sign up for my blog!

Micromanagement

“Mi chiedeva di metterla in copia di tutte le email, anche quelle più banali. A volte bussava alla porta del mio ufficio per chiedermi se stavo bene perché avevo passato molto tempo in bagno, quando in realtà erano trascorsi appena cinque minuti. Controllava quando entravo e quando uscivo dal mio ufficio per vedere quanto tempo mi assentavo. La pressione che esercitava controllando ogni dettaglio del mio lavoro era asfissiante, più che esagerata e soprattutto controproducente.”

Questa è solo una testimonianza di un’impiegata che ha lavorato con un micro-manager. Qui, invece, trovi la mia testimonianza, descritta sulla base di circa otto anni di lavoro con due manager diversi, in due posti di lavoro diversi, ma con comportamenti simili.

Che cos’è il micromanagement esattamente? Si tratta di una pratica manageriale tramite la quale il manager esercita un controllo esaustivo delle azioni, dei compiti, delle funzioni e delle responsabilità delle persone all’interno dell’organizzazione a lui/lei subordinate a livello gerarchico.

È tipico anche che questo tipo di manager chieda di vedere un’email prima che venga inviata, come è anche tipico voler essere informato di tutte le decisioni che l’impiegato/a prende, perché il manager ritiene che la persona non possa prendere decisioni da sola.

Un micro-manager combina l’impazienza e la sfiducia con un controllo assoluto dei compiti assegnati ai suoi subordinati.

La situazione assomiglia agli schemi che servivano alla “Psicopolizia” per sorvegliare scrupolosamente ogni movimento dei personaggi del romanzo “1984” di George Orwell.

Photo by Michal Jakubowski on Unsplash

Come succede nel libro, le conseguenze di questa pratica di controllo ferreo sugli impiegati sono devastanti. Il capo ci guadagna in tranquillità ma i collaboratori ne soffrono e oltretutto sono meno produttivi. Infatti, questo sistema crea dei colli di bottiglia che causano un rallentamento di tutte le attività. Questi tipi di manager vogliono guadagnarsi una buona reputazione ed evitare che un superiore possa dar loro la colpa che qualcosa sia stato fatto male.

La parte peggiore però ricade sugli impiegati. Molte volte non sanno come dare priorità alle cose che devono fare, perché il capo cambia continuamente le sue priorità sulla base dell’urgenza che arriva, o perché un superiore glielo chiede o perché è un’esigenza del mercato. Gli impiegati perdono in creatività e in autostima. Si stabilisce una “cultura della paura”, dove tutto è soggetto agli ordini del superiore. Questo può provocare assenteismo per malattia.

A parte vere e proprie malattie di tipo psicosomatico che possono insorgere, si sviluppano anche delle situazioni psicologiche per le quali la persona si sente senza valore, diventa sempre più piccola fino a dubitare delle sue capacità. Ci si comincia a chiedere: “Sono capace di farlo?”, “Mi sono sbagliata lavoro?”, “Perché mi controlla così, cosa ho fatto di male?”. E può anche succedere che si lascia il lavoro, anche se magari si ha un buon stipendio. Quando una situazione non si riesce a cambiare o accettare, si deve lasciare andare, abbandonare e, in questo caso, ci si potrebbe appunto licenziare.

È importante sapere che le persone non lasciano il lavoro che fanno, ma lasciano il loro capo.

Ma perché i manager cadono in questa trappola?

Se il micromanagement rovina l’ambiente di lavoro, la salute degli impiegati, e risulta dannosa persino ai capi che perdono in produttività fino ad arrivare alla perdita dei loro collaboratori, perché non si può evitare questo controllo totale e costante? I capi non hanno abbastanza lavoro di cui occuparsi?

Ci sono diverse cause possibili.

Primo, il capo stesso subisce delle pressioni dall’alto, siano esse dai propri capi, dagli azionisti, dal mercato o dalla concorrenza.

Secondo, l’incompetenza. Il manager si sente insicuro perché i suoi impiegati sono piú bravi di lui/lei oppure non sono adatti a quel tipo di lavoro.

La terza causa è chiara e diretta: la personalità ossessiva del capo che lo rende incapace di organizzare il suo lavoro di gestione.

Qualsiasi sia la causa, è necessario analizzare quanto sta succedendo per poter mettere fine a questa situazione il più presto possibile.

Normalmente ci si dovrebbe rivolgere alle risorse umane per esporre la situazione. Ma puó accadere che anche alle risorse umane ci siano dei micro-manager. Parlo per esperienza diretta, ho lavorato alle risorse umane per più di 10 anni e ho visto tanto micro-manager lavorare con me.

In alternativa, ci si potrebbe rivolgere al superiore gerarchico chiedendo di mettere in atto delle tecniche, magari con l’aiuto di un coach.

Una tecnica potrebbe essere quella del semaforo. Insieme al capo si definiscono i limiti di controllo ammissibili, cioè da non oltrepassare. Qualora questi limiti venissero superati si lanciano dei segnali alla persona al comando. Quando il superiore li riceve, identifica il suo comportamento e cerca di controllarlo.

Un’altra strategia è quella di definire il profilo del capo e di ogni membro del team, analizzandone le caratteristiche personali, professionali e comunicative. Una volta completata questa “radiografia” il capo deve rispondere a queste tre domande:

  1. Che stile di leadership utilizza con ogni impiegato;
  2. Quale stile di leadership necessiterebbe ogni impiegato;
  3. Quali modelli di leadership desidererebbe utilizzare in concreto con quell’impiegato.

Il capo potrebbe rendersi conto a questo punto che il tipo di leadership che sta utilizzando è in linea con il ruolo di quella persona, ma non è ciò di cui quel dipendente, per via della sua personalità, ha bisogno. Adottando questo cambio di paradigma, il capo inizia a pensare non dal suo punto di vista, ma da quello del suo collaboratore.

Sebbene queste strategie possano sembrare fantascienza, con il tempo e la volontà di cambiamento, il successo è assicurato.

Tu hai mai lavorato con un capo maniaco del controllo?

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A Gaze Through a Window: Reflections on Life’s Different Paths

I watched this story on Jerry Seinfeld Youtube channel and found it funny and meaningful at the same time. This anecdote, featuring the legendary Glenn Miller and his orchestra, offers a poignant glimpse into the human condition and the divergent paths we tread in life.

As Miller and his band, clad in their performance attire, trudged through the biting cold, instruments in tow, they stumbled upon a scene that seemed to be from another world. Inside a cozy country home, a family shared laughter and love around a dinner table, a stark contrast to the musicians’ immediate reality. It was a snapshot of domestic bliss, so distant from the nomadic life of a touring musician.

One band member, observing the family, uttered a line that resonates with the core of the story: “How do people live like that?” This question isn’t one of bewilderment at the family’s lifestyle but rather a reflection of his own life choices. It’s a moment of introspection, a comparison of the stability and predictability of a traditional life with the uncertainty and excitement of a life on the road.

The moral of this story is multifaceted. It speaks to the idea that there is no singular way to live a fulfilling life. The band member’s question reveals a yearning for the warmth and security he perceives in the family’s life, yet it also highlights the unique beauty of his own experiences. The musicians’ path is one of passion, creativity, and the pursuit of a different kind of fulfillment—one that comes from the roar of the crowd and the joy of performance.

Moreover, the story underscores the importance of embracing our choices and the lives we lead. It’s a reminder that while we may occasionally gaze wistfully through the windows of others, our own journey has its own worth and beauty. It’s about finding contentment in our chosen path and recognizing that every lifestyle has its own challenges and rewards.

In essence, Seinfeld’s retelling of Miller’s story is a gentle nudge to appreciate the life we have and to understand that the grass isn’t always greener on the other side. It’s a call to celebrate the uniqueness of our individual journeys and to find joy in the path we’ve chosen, whether it’s a quiet life at home or a thrilling adventure on the road.

As we reflect on this tale, let us take a moment to appreciate our own life’s narrative, with all its twists and turns, knowing that each of us has a special story to tell. 🎶🏡❄️

Do you like this anecdote? Are you happy with the life you live?

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Uno sguardo alla finestra: riflessioni sui diversi percorsi di vita

Ho guardato un video sul canale Youtube di Jerry Seinfeld e l’ho trovato divertente e significativo allo stesso tempo. Questo aneddoto, che riguarda il leggendario Glenn Miller e la sua orchestra, offre uno sguardo toccante sulla condizione umana e sui percorsi diversi che ciascuno di noi percorre nella vita.

Mentre Miller e la sua band, vestiti con i loro abiti da spettacolo, arrancando nel freddo pungente con gli strumenti al seguito, si trovarono di fronte ad una scena che sembrava provenire da un altro mondo. All’interno di un’accogliente casa di campagna, una famiglia condivideva risate e amore intorno a un tavolo da pranzo, in netto contrasto con la realtà che stavano vivendo in quel momento i musicisti. Era un’istantanea di beatitudine domestica, così lontana dalla vita nomade di un musicista in tournée.

Un membro della band, osservando la famiglia, disse allora questa frase: “Come fanno le persone a vivere così?” Questa domanda non riflette la perplessitá per lo stile di vita della famiglia, ma piuttosto si tratta di un momento di introspezione, un confronto tra la stabilità e la prevedibilità di una vita tradizionale con l’incertezza e l’eccitazione di una vita on the road.

La morale di questa storia è sfaccettata. Parla dell’idea che non esiste un modo unico per vivere una vita appagante. La domanda del membro della band rivela un desiderio per il calore e la sicurezza che percepisce nella vita della famiglia, ma mette anche in evidenza la bellezza unica delle sue esperienze. Il percorso dei musicisti è quello della passione, della creatività e della ricerca di un diverso tipo di realizzazione, che nasce dal contatto con la folla ai concerti e dalla gioia dell’esibizione.

Inoltre, la storia sottolinea l’importanza di abbracciare le nostre scelte e la vita che conduciamo. È un promemoria del fatto che, anche se a volte possiamo guardare malinconicamente attraverso le finestre degli altri, il nostro viaggio ha il suo valore e la sua bellezza. Si tratta di trovare appagamento nel percorso che abbiamo scelto e riconoscere che ogni stile di vita ha le sue sfide e ricompense.

In sostanza, la rivisitazione di Seinfeld della storia di Miller ci spinge ad apprezzare la vita che abbiamo e a capire che l’erba del vicino non è sempre più verde. È un invito a celebrare l’unicità dei nostri viaggi individuali e a trovare gioia nel percorso che abbiamo scelto, che si tratti di una vita tranquilla a casa o di un’emozionante avventura on the road.

Mentre riflettiamo su questo racconto, prendiamoci un momento per apprezzare la narrazione della nostra vita, con gli alti e i bassi che si presentano, sapendo che ognuno di noi ha una storia speciale da raccontare.

Ti piace questo aneddoto? Sei felice della vita che vivi?

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The Story of the Mouse and the Trap

Do you know the story of the mouse and the trap? It’s a tale that teaches a lesson about community, the importance of heeding warnings, and empathy.

A little mouse once discovered that a trap had been set in the farmer’s house. Alarmed, the mouse ran out to inform the other animals on the farm, hoping they would understand the danger and help find a solution.

The mouse first approached the chicken and warned, “There is a trap in the house!”

The chicken clucked and replied, “I am sorry, Mr. Mouse, but it is no concern of mine. It doesn’t affect me directly, so there’s nothing I can do.”

Next, the mouse went to the pig and repeated, “There is a trap in the house!”

The pig sympathized but said, “I am very sorry, Mr. Mouse, but there is nothing I can do about it. It doesn’t affect me directly.”

The mouse then turned to the cow and told her, “There is a trap in the house!”

The cow said, “Oh, Mr. Mouse, I am sorry for you, but it doesn’t bother me at all. There is nothing I can do.”

Dejected and alone, the mouse returned to the house, knowing that he would have to face the danger alone. That night, the trap snapped, but it wasn’t the mouse that was caught. The farmer’s wife had heard the noise and went to check the trap. In the darkness, she didn’t see that it had caught a venomous snake by the tail. The snake bit her, and she became very ill.

To care for her, the farmer slaughtered the chicken to make soup. Despite the efforts to nurse her back to health, the woman did not recover. Many people came to the house to pay their respects, so the farmer had to kill the pig to feed all the visitors. Eventually, the farmer also had to slaughter the cow to provide enough meat for everyone.

The little mouse watched in sorrow as all the animals who had refused to help him met their fate due to the trap that they had thought did not concern them.

The moral of this story is that danger to one can be a danger to all, and the importance of helping others in times of need, as a threat to one community member can ultimately affect everyone.

In the end, “The Mouse and the Trap” illustrates the interconnectedness of all community members and the vital role of empathy. Each animal’s initial reaction of indifference underscores a lack of empathy for the mouse’s plight. By ignoring the mouse’s warning, they failed to understand and share in its fear and concern.

True empathy involves recognizing that the struggles of others are significant, even if they do not seem to directly affect us. The misfortunes that befell the chicken, pig, and cow serve as a poignant reminder that a lack of empathy can lead to unforeseen consequences. Had they empathized with the mouse and taken action, they might have prevented the ensuing tragedy.

Thus, the story encourages us to practice empathy by listening to and supporting those around us, understanding that their troubles could one day become our own. By fostering a compassionate and responsive community, we can collectively safeguard against dangers that any one member might face.

Would you agree that this fable teaches us the good implications of being empathic?

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La storia del topo e della trappola

Conosci la storia del topo e della trappola? È un racconto che insegna una lezione sulla comunità, sull’importanza di prestare attenzione agli avvertimenti e sull’empatia.

Una volta un topolino scoprì che era stata comprata e installata una trappola nella casa del contadino. Allarmato, il topo corse fuori per informare gli altri animali della fattoria, sperando che capissero il pericolo e lo aiutassero a trovare una soluzione.

Il topo si avvicinò subito alla gallina e la avvertì: “C’è una trappola in casa!”

La gallina, continuando a chiocciare, rispose: “Mi dispiace, signor Topo, ma la cosa non mi riguarda direttamente, quindi non c’è niente che io possa fare”.

Quindi, il topo andò dal maiale e ripeté: “C’è una trappola in casa!”

Il maiale simpatizzò, ma disse: “Mi dispiace molto, signor Topo, ma non c’è niente che io possa fare al riguardo. Non mi riguarda direttamente”.

Il topo allora si rivolse alla mucca e le disse: “C’è una trappola in casa!”

La mucca disse: “Oh, signor Topo, mi dispiace per lei, ma non mi dà affatto fastidio. Non c’è niente che io possa fare”.

Sconsolato e solo, il topo tornò a casa, sapendo che avrebbe dovuto affrontare il pericolo da solo. Quella notte, la trappola scattó e si chiuse, ma non fu il topo ad essere catturato. La moglie del contadino aveva sentito un rumore ed era andata a controllare la trappola. Nell’oscurità, non vide che aveva preso un serpente velenoso per la coda. Il serpente la morse e lei si ammalò gravemente.

Per prendersi cura di lei, il contadino uccise la gallina per fare un buon brodo. Nonostante gli sforzi per rimetterla in salute, la donna non si riprese. Molte persone andarono a trovarla a casa per rendere omaggio, così il contadino dovette uccidere il maiale per offrire un pasto a tutti i visitatori. Ma la carne del maiale non bastó e il contadino dovette macellare anche la mucca per dare da mangiare a tutti.

Il topolino guardò con dolore quello che era successo agli animali che si erano rifiutati di aiutarlo perché avevano pensato che la trappola non li riguardasse.

La morale di questa storia è che il pericolo per uno può essere il pericolo per tutti, ed é importante prestare attenzione alle richieste anche di un solo membro della comunitá proprio perché una minaccia per uno solo può diventare una minaccia per tutti.

Penso che la favola “Il topo e la trappola” illustri bene l’ interconnessione di tutti i membri della comunità e il ruolo vitale dell’empatia. La reazione iniziale di indifferenza di ogni animale sottolinea una mancanza di empatia per la situazione del topo. Ignorando l’avvertimento del topo, non sono riusciti a capire e a condividere la sua paura e preoccupazione.

La vera empatia implica riconoscere che le difficoltà degli altri sono significative, anche se non sembrano influenzarci direttamente. Le disgrazie che hanno colpito la gallina, il maiale e la mucca servono a ricordare che la mancanza di empatia può portare a conseguenze impreviste. Se fossero entrati in empatia con il topo e avessero agito insieme, avrebbero potuto evitare la tragedia che ne è seguita.

Così, la storia ci incoraggia a praticare l’empatia ascoltando e sostenendo coloro che ci circondano, comprendendo che i loro problemi potrebbero un giorno diventare i nostri. Promuovendo una comunità che ha compassione verso gli altri e risponde alle grida di aiuto, possiamo salvaguardare ogni membro della collettivtá dai pericoli.

Sei d’accordo che questa favola ci insegna le buone implicazioni dell’essere empatici?

Grazie per aver letto questa breve storia! Perché non ti iscrivi al mio blog crisbiecoach?

Come e perché la determinazione e l’impegno possono cambiarti la vita

Parigi, 2004. Un ragazzo esce da un ufficio con il sorriso sulle labbra. Candidato a uno stage, ha appena fatto un colloquio che non si è svolto come previsto.

Il ragazzo, del quale riporto solo il suo nome, Héritier, ha 22 anni ed è arrivato dall’Angola in Francia all’etá di 8 anni, scappando da una guerra civile. Non parlava francese ma fece di tutto per andare bene a scuola, aiutato anche dai suoi familiari e amici. Si lancia poi alla ricerca di lavoretti, per contribuire al bilancio familiare.

Si candida quindi per uno stage presso un’impresa di pulizie. I datori di lavori, pur trovando che Héritier abbia un profilo atipico, sono molto interessati al dinamismo e alla motivazione del ragazzo e il colloquio dura circa 5 ore!

Alla fine del colloquio, Héritier esce senza stage ma con il suo primo contratto di lavoro. L’impresa era appena nata e stava cercando giovani talenti come Héritier, che in pochi anni arriva al top della sua carriera all’interno di quell’azienda.

Decide quindi di andare più lontano e vuole realizzare il suo sogno: fondare la sua propria impresa, un’azienda di pulizie che utilizza esclusivamente prodotti biologici.

Photo by Thepixelman on Pixabay

In quegli anni, il suo percorso interessa i media, perché descrive una realtá ancora poco conosciuta: il contributo economico prodotto dai migranti nel paese che li ha accolti.

Con la sua azienda, Héritier ha generato 100.000 euro di fatturato durante il primo anno, cifra che è triplicata nei successivi tre anni.

Héritier è riuscito a trovare la sua strada grazie al suo impegno e alla sua determinazione verso il successo.

Che cosa hai imparato dalla storia di Héritier?

Photo by Eko Pramono on Pixabay

How And Why Determination And Commitment May Change Your Life

Paris, 2004. A young man comes out from a building with a smile on his face. He applied for a traineeship and had just finished his interview that did not go as expected.

The young man, named Héritier, is 22 years old and came from Angola at the age of 8, running away from a civil war. He did not speak French but did everything to learn all well in school, also helped by his family and friends. After his degree, he started to look for small jobs, to contribute to the family budget.

He applied for a internship with a cleaning company. The employer, although they found that Héritier had an atypical profile, was very interested in the boy’s dynamism and the interview lasted about 5 hours!

At the end of the interview, Héritier did not get the internship but his first job contract. The company was just established and was looking for young talents like Héritier, who in short time reached the top of his career within the company.

He decided then to go further to make his dream come true. He wanted to create his own company and started up a cleaning company that would use only organic products.

Photo by Thepixelman on Pixabay

In those years, his career looked interesting to the media because it reflected a reality that was still unknown: the economical contribution produced by migrants in the country that welcomed them.

With his company, Héritier has generated a turnover of 100.000 euros during the first year, a figure that tripled over the following three years.

Héritier managed to find his way thanks to his commitment and determination to succeed.

What have you learned from Héritier’s story?

Photo by Eko Pramono on Pixabay

Do You Know the Story of Ferdinand the Bull?

This is a story about a bull named Ferdinand who lives in Spain. Unlike his young bull brothers who like to run, jump, and butt their heads together, Ferdinand prefers to sit quietly and smell the flowers. He is gentle and peace-loving.

One day, men come to pick the biggest, fastest, and roughest bull for the bullfights in Madrid. Despite his calm nature, Ferdinand is mistakenly chosen after accidentally sitting on a bee, making him jump and snort in pain, appearing fierce.

When Ferdinand is taken to the bullfight, everyone expects him to be a ferocious fighter. However, Ferdinand remains true to his nature. He simply sits in the middle of the arena, smelling the flowers in the ladies’ hair, refusing to fight. Ultimately, he is taken back to his peaceful pasture where he can continue to enjoy the flowers.

The story of Ferdinand is celebrated for its message of nonviolence and individuality. It emphasizes the importance of being true to oneself and not conforming to societal expectations.

The Story of Ferdinand was banned by Nazi Germany and other fascist regimes because its themes of pacifism and non-conformity were seen as subversive to their ideologies. The book’s promotion of peace and individualism directly contradicted the militaristic and conformist values promoted by these regimes.

In Nazi Germany, literature and art were heavily censored to align with the state’s propaganda and ideological goals. Anything that encouraged critical thinking, individuality, or opposition to violence was considered dangerous. Ferdinand’s refusal to fight, his contentment with simply smelling flowers, and the overall anti-war message of the book were seen as promoting ideals that could undermine the aggressive, war-driven mentality the Nazis sought to instill.

Similarly, the book was banned in Francoist Spain for similar reasons. Francisco Franco’s fascist regime viewed the book’s peaceful and non-conformist themes as a threat to the authoritarian and militaristic values it was trying to enforce.

In contrast, during the Spanish Civil War, the book was embraced by leftist and anti-fascist groups, who saw it as a symbol of resistance against tyranny and war.

The banning of “The Story of Ferdinand” by these regimes underscores how literature can be powerful in promoting ideas that challenge authoritarianism and advocate for peace and individuality.

What do you think about banning books from schools, something that is happening also nowadays?

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Conosci la storia di Ferdinando il Toro?

Questa è la storia di un toro chiamato Ferdinando che viveva in Spagna.

A differenza dei suoi giovani fratelli tori che amavano correre, saltare e cozzare tra di loro, Ferdinando preferiva sedersi tranquillamente e annusare i fiori. Era gentile e amava la pace.

Un giorno, degli uomini arrivarono alla fattoria per scegliere il toro più grande, veloce e robusto e portarlo alle corride di Madrid. Nonostante la sua natura calma, Ferdinando venne scelto perché si era seduto accidentalmente su un’ape, e la sua reazione lo fece apparire feroce perché cominció a saltare e sbuffare dal dolore.

Una volta che Ferdinando arrivó alla corrida, tutti si aspettavano di vedere un combattimento piuttosto violento. Invece Ferdinando rimase fedele alla sua natura. Si adagió semplicemente al centro dell’arena, annusando il profumo dei fiori provenienti dai cappelli delle signore, e si rifiutó di combattere. Quindi, venne riportato nel suo tranquillo pascolo dove continuó a godersi la natura.

La storia di Ferdinando è conosciuta per il suo messaggio di non violenza. Sottolinea l’importanza di essere fedeli a se stessi e di non conformarsi alle aspettative della società.

Questa storia fu bandita dalla Germania nazista e da altri regimi fascisti perché i temi della pace e dell’anticonformismo erano considerati sovversivi per l’ideologia dominante. La promozione della pace promossa dalla storia di Ferdinando contraddiceva nettamente i valori militaristi e conformisti che identificavano questi regimi.

Nella Germania nazista, la letteratura e l’arte erano pesantemente censurate per allinearsi con la propaganda e gli obiettivi ideologici dello stato. Qualsiasi cosa che incoraggiasse il pensiero critico, l’individualità o l’opposizione alla violenza era considerata pericolosa. Il rifiuto di Ferdinando di combattere, la sua felicitá nell’annusare semplicemente i fiori e il messaggio complessivo contro la guerra erano visti come promozione di ideali che potevano minare la mentalità aggressiva e orientata alla guerra che i nazisti cercavano di instillare.

Allo stesso modo, il libro fu bandito nella Spagna franchista per motivi simili. Il regime fascista di Francisco Franco considerava i temi della pace e anticonformisti del libro una minaccia per le idee autoritarie e militariste che cercava di imporre.

Al contrario, durante la guerra civile spagnola, il libro fu abbracciato dai gruppi di sinistra e antifascisti, che lo vedevano come un simbolo di resistenza contro la tirannia e la guerra.

Il divieto de “La storia di Ferdinando” da parte di questi regimi sottolinea come la letteratura possa essere potente nel promuovere idee che sfidano l’autoritarismo e sostengono la pace.

Cosa ne pensi del ruolo della letteratura ai giorni nostri?

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