Come sviluppare 5 competenze per sentirti meglio e trovare la tua motivazione

“Come va il lavoro?” è una domanda che ci viene posta frequentemente dai nostri cari e quando rispondiamo probabilmente pensiamo alle difficoltà che attraversiamo o al disagio che sentiamo verso il nostro lavoro. Le persone che lavorano cercano una motivazione e un senso per il lavoro che svolgono.

L’ambiente di lavoro si è molto trasformato negli ultimi anni ed è diventato fonte di stress e ansia. Mancanza di obiettivi futuri, cambiamenti frequenti all’interno dell’organizzazione con conseguente cambiamento dei capi, concorrenza esterna e interna, digitalizzazione che trasforma i modi di lavoro e richiede l’acquisizione di nuove competenze, manager a volte incompetenti ma sotto pressione per gli obiettivi aziendali, stress e carico di lavoro eccessivo possono provocare dei comportamenti tossici.

Noi tutti abbiamo delle aspettative per quanto riguarda il nostro benessere e la nostra crescita personale. Facciamo attenzione alla salute, all’equilibrio tra vita privata e vita professionale, alla qualità dei rapporti con il manager e con i colleghi.

Sai come la penso riguardo alla felicità sul lavoro, ma puoi cercare di sviluppare queste 5 competenze per sentirti meglio e trovare la tua motivazione.

  1. Accettare l’imperfezione: la propria, quella degli altri e quella ambientale. Il perfezionismo è una fonte importante delle nostre sofferenze. Essere coerenti al 100%, rifiutare i propri fallimenti, porsi degli obiettivi troppo ambiziosi, tutto questo ci porta a una situazione di insoddisfazione permanente. Un passo verso la serenità sarebbe quello di accettare gli ostacoli della quotidianità, fare delle scelte e dei compromessi, chiedersi quale sarebbe il miglior percorso futuro piuttosto che pensare a quello che avrebbe potuto essere (post-occupazioni, ovvero inquietarsi per qualcosa che é già avvenuto e che quindi non possiamo cambiare né influenzare).
  2. Stimolare la propria iniziativa e la propria capacità di agire. Sul lavoro possiamo decidere di essere pro-attivi o reattivi. La persona reattiva si sente colpita da quello che le succede intorno e si lascia guidare dai segnali dell’ambiente siano essi negativi o positivi. La persona pro-attiva prende l’iniziativa e sceglie come rispondere agli eventi. Di fronte ad una difficoltà, la persona reattiva dirà “non posso farci niente” oppure “non posso farlo” mentre quella pro-attiva dirà “esaminiamo le opzioni” oppure “potremmo fare così”. Per la persona reattiva, “loro” hanno l’ultima parola, mentre la pro-attiva è colei che conclude. Sviluppare la propria pro-attività, significa essere propensi all’azione e mettere la propria creatività, la propria intelligenza ed energia al servizio di quello che posso fare qui e ora.
  3. Rafforzare l’amor proprio e la stima di sé. Noi siamo i primi responsabili di noi stessi e i primi garanti del nostro benessere. Questo può sembrare evidente, ma è fondamentale per stare bene con sé stessi, amarsi, ascoltare i propri bisogni (del corpo e dello spirito) e cercare di soddisfarli. E’ altrettanto importante rispettarsi, avere stima di se stessi nonostante i propri difetti, le proprie fragilità ed imperfezioni, apprezzare e riconoscere i propri valori e qualità, celebrare i successi e i traguardi. Inoltre, nelle situazioni difficili, è essenziale proteggersi, saper dire no, comunicare i propri limiti e quello che non ci convince, cercare al massimo di non mettersi in pericolo.
  4. Sviluppare empatia e imparare a comunicare efficacemente con gli altri. La maggior parte delle nostre difficoltà al lavoro sono legate agli altri. Siano essi un capo, un collega, un cliente o un fornitore, il rapporto con l’altro può essere fonte di frustrazione e a volte di vera e propria sofferenza. Affinché questa relazione diventi più sana, più efficace e più serena, bisogna sviluppare empatia e imparare a comunicare in modo più efficace. Innanzitutto, bisogna rispettare gli altri ed evitare di giudicarli. Non conosciamo la loro storia e gli altri potrebbero avere gli stessi nostri problemi, o perfino più gravi. Prova quindi ad entrare in contatto con l’altro che hai di fronte cercando di capire la sua esperienza, i suoi sentimenti, i suoi bisogni ma cercando allo stesso tempo di individuare i punti in comune con questa persona. Comunica con sincerità le tue emozioni, i tuoi bisogni e le tue esigenze mantenendo uno spirito aperto al suo riguardo.
  5. Coltivare un’attitudine all’apprendimento e esercitare la capacità ad imparare. Per affrontare con serenità gli imprevisti e le numerose difficoltà che la vita ci presenta, per crescere e evolvere, è indispensabile imparare continuamente. L’attitudine della persona che vuole imparare consiste nell’accettare che il percorso di apprendimento passi sempre da una fase di incompetenza e di confusione. Prima di impadronirsi di una materia o trovare una soluzione a un problema, è normale sentirsi persi nell’incertezza e nel dubbio. Dobbiamo quindi imparare a gestire questi momenti nel modo più tranquillo possibile. Ricordiamoci che impariamo dai nostri errori, che essi fanno parte del nostro apprendimento e che anzi forse ne sono la base principale. Un fallimento non è una sentenza o un giudizio, ma piuttosto un risultato, una risposta a un tentativo che abbiamo fatto. Da questo risultato imprevisto, possiamo imparare delle lezioni che serviranno da base per fare altri tentativi che ci condurranno poi alla soluzione del nostro problema. Ricordiamoci anche che possiamo imparare da tutti e che è importante ricevere dei feedback per migliorare. Non esitare a metterti in discussione, cercando di trovare l’informazione importante o utile dallo scambio con gli altri. La persona propensa all’apprendimento considera tutte le esperienze come un’opportunità di evoluzione.

Pensi di essere motivato al lavoro?

Ti annoi al lavoro?

Hai finito il lavoretto della giornata in un’ora e ti dedichi al compito di ammazzare il tempo che ti resta per completare la tua giornata di lavoro. Potresti chiedere al capo qualcosa in piú da fare, ma preferisci uscire. Se hanno bisogno di te, ti chiameranno.

Sembra un piano invidiabile, ma mentre pubblichi qualcosa su Facebook, cerchi le migliori offerte di libri da comprare e mangi un panino, vorresti che arrivasse la chiamata. Non arriva, e ti rendi conto che la tua noia è già cronica, ha un retrogusto amaro di ansia e ti senti sottovalutato. Non è normale.

Questo tipo di noia è chiamato dagli specialisti sindrome del boreout o sindrome del lavoratore annoiato. Secondo gli psicologi, questa noia può essere dannosa quanto l’esaurimento da superlavoro, la più conosciuta sindrome del burnout. Si tende a pensare che un dipendente annoiato coglierà l’occasione per dedicare maggiore attenzione allo svolgimento di un determinato compito, ma non è così. Secondo uno studio dell’Università del Lancashire (Inghilterra), le persone annoiate in realtà hanno scarso rendimento lavorativo e commettono più errori.

Naturalmente, per evitare di farsi coinvolgere dalla fonte della loro noia, le persone con questa sindrome tendono a essere distratti dai social media e potrebbero persino sviluppare una dipendenza. Cibo, alcol e tabacco sono ottimi candidati per riempire il tuo tempo. Ti suona familiare?

È importante distinguere la noia normale, anche sana, dalla noia costante e cronica che finisce per farti sentire inutile. La noia cronica può generare ansia profonda e può influenzare negativamente tutti gli aspetti della vita, dalla famiglia alla vita sociale.

Sappiamo già che, normalmente, le cose che ci annoiano sono le stesse cose che non ci piacciono. I tuoi livelli di motivazione e coinvolgimento diminuiscono, il tuo livello di responsabilità si abbassa e il risultato é un atteggiamento passivo. Stai procrastinando. Ma c’è di più.

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Per cominciare, sappi che annoiarsi durante la giornata lavorativa non dipende dal tipo di lavoro che svolgi, ma dal tipo di interessi che hai. Puoi avere il miglior lavoro, persino essere il capo, ma sentirti profondamente annoiato e sottovalutato. In altre parole, lavorare su qualcosa che non corrisponde alla tua formazione o esperienza, e che non ti permette di svilupparti pienamente, è una bomba a orologeria. Altre cause di demotivazione sono anche la mancanza di comunicazione con gli altri, lo svolgimento di mansioni monotone che non rappresentano alcun tipo di sfida, e avere un contratto precario.

Tutti questi fattori aumentano quando devi accettare un lavoro perché non hai altra scelta o non puoi permetterti di cambiare. La situazione com’é noto sta peggiorando in questi tempi a causa della crisi economica provocata dalla pandemia. Le persone che accettano lavori che non amano corrono un rischio molto più elevato di soffrire di noia e esaurimento perché fanno qualcosa che sanno fin dall’inizio che non gli piace; l’unica motivazione è finanziaria e negli anni questo comincia a pesare molto. Si tratta di una situazione estremamente grave perché trascorriamo circa il 33% della giornata al lavoro, a volte di più.

Per cercare di arginare i danni, potesti cominciare a trovare piccole motivazioni da poter inserire durante la giornata di lavoro. Si tratta di rendere ogni giorno significativo e interessante. Tuttavia, trovare un’attività entusiasmante per colmare i tempi di inattività sul lavoro puó essere utile ma non é sempre possibile. In questi casi, potresti spostarla in momenti liberi, magari subito dopo l’orario di lavoro.

Se nonostante questo, la motivazione non aumenta, potrebbe essere meglio trovare un altro lavoro che piace di piú, magari qualcosa che si potrebbe fare mantenendo senza licenziarsi. Non sarebbe opportuno, infatti, sostituire l’ansia generata dalla mancanza di motivazione al lavoro con quella che nasce dalla disoccupazione. Oppure potresti considerare un lavoro part-time o fare attività di volontariato, se hai risorse sufficienti per vivere.

Come va il tuo lavoro? Ti senti sottovalutato/a, stressato/a o ti piace quello che fai?

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La pandemia ti ha fatto scegliere le tue amicizie?

Il colpo che la pandemia ci ha dato è evidente. Anche nella stessa città, le restrizioni ci costringono a selezionare chi vogliamo vedere e chi no. Una decisione difficile, ma che può avere il suo lato positivo: selezionare quelle amicizie che contribuiscono di più al nostro benessere.

Questa selezione può essere una buona cosa. È stato studiato che le relazioni qualitative sono limitate. E nel contesto attuale, non possiamo aspettarci che il numero di amici che abbiamo sia lo stesso di prima. La pandemia ci sta insegnando a dare delle priorità e a prenderci veramente cura delle persone che consideriamo importanti. Si tratta di un miglioramento che potrebbe compensare una possibile perdita.

Ma come scegliere? La risposta non è così difficile. Se ci fermiamo a pensare, ci accorgiamo che le persone che abbiamo smesso di vedere sono, principalmente, quelle persone che non che abbiamo mai visto con assiduità (ad esempio i colleghi che vedevamo solo al lavoro). Questa situazione è tornata utile per eliminare quelli con i quali dobbiamo incontrarci a favore di quelli con i quali vogliamo incontrarci. Sono la presenza e la dedizione a rendere soddisfacente un’amicizia.

Studi condotti hanno individuato quattro caratteristiche di un’amicizia autentica: fiducia, sincerità, fedeltà e reciprocità. Quando perdi uno di questi pilastri, dovresti dire ciao all’amico.

Ma la pandemia non solo ci ha fatto smettere di vedere alcune persone, ma ci ha anche fatto litigare con altre. Siamo tutti più ansiosi e stressati e anche il fatto di indossare in modo non corretto la mascherina può scatenare un conflitto. Quando ciò accade, è consigliabile interrompere i rapporti finché la tensione non si placa. Dobbiamo già sopportare tutto ciò che la pandemia comporta che non abbiamo bisogno di aggiungere altro stress.

Per gli amici che hanno superato la “selezione”, è tempo di trovare spazi di vita da condividere con loro per interagire senza distrazioni e che favoriscano una chiacchierata rilassata. Guardarsi negli occhi quando parliamo, curare la postura del nostro corpo rispetto alla persona con cui parliamo, usare le parole e il tono giusto, sono alcuni degli elementi fondamentali per una comunicazione efficace anche tra amici.

Mantenere e prendersi cura delle nostre buone amicizie, può anche migliorare la nostra salute e aumentare la nostra capacità di sopportare lo stress.

Per avere una vita piena e sana, si dovrebbe trascorrere più tempo con gli amici, anche se per adesso in modo solo virtuale. Con le difficoltà causate dalla pandemia dobbiamo trovare nuovi modi di relazionarci e continuare a trovare nuovi argomenti e modi di conversazione, ad esempio parlare di una serie che si sta guardando, stare su piattaforme per svolgere insieme attività online, bere qualcosa insieme in videochiamata.

Queste sono solo alcune idee per mantenere vive le tue amicizie durante la pandemia. Tu cosa fai per stare in contatto con i tuoi amici?

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Capire la comunicazione interculturale

Vivo e lavoro in un ambiente estremamente multiculturale: Bruxelles è una città molto accogliente che ospita circa 150 nazionalità diverse; lavoro per la Commissione europea dove sono rappresentate tutte le 28 nazionalità dell’Unione europea.

A volte la comunicazione con le persone provenienti da una cultura diversa risulta difficile perché si deve prestare molta attenzione alla sensibilità, alle emozioni e ai sentimenti altrui.

Giorno dopo giorno, ho imparato che ogni cultura ha il proprio approccio alla comunicazione. 

Il libro Beyond Culture dell’antropologo Edward Hall, individua l’importanza del contesto nella comunicazione e porta alla luce un tipo di comunicazione “invisibile”, in cui l’invisibile è il modo in cui i gruppi capiscono e interpretano il mondo. Il quadro che offre l’autore per affrontare la comunicazione interculturale è quello delle culture ad alto contesto e a basso contesto. Esse si riferiscono ai valori che le culture attribuiscono alla comunicazione indiretta e diretta.

È importante notare che nessuna cultura è completamente ad alto contesto o a basso contesto. Ad esempio, mentre gli americani si rapportano con una cultura a basso contesto mentre fanno affari, durante le riunioni di famiglia tendono ad essere ad alto contesto.

Vediamo ora le principali caratteristiche dei due tipi culturali.

Culture ad alto contesto

Una cultura ad alto contesto si basa sulla comunicazione implicita e sui segnali non verbali. Nella comunicazione ad alto contesto, un messaggio non può essere compreso senza una grande quantità di informazioni di base. Il modo in cui si comunica é altrettanto importante di quello che si comunica. Si valorizza l’appartenenza ad un gruppo. Le culture asiatiche, africane, arabe, dell’Europa centrale e dell’America Latina sono generalmente considerate culture ad alto contesto. 

Con persone appartenenti principalmente a culture di alto contesto, è possibile riscontrare:

1. incomprensione durante lo scambio di informazioni

2. l’impressione che manchino delle informazioni perché vengono fornite in modo non verbale, ad esempio con gesti, pause, espressioni facciali

4. enfasi sulle relazioni a lungo termine e sulla lealtà

5. regole “non scritte” che sono date per scontate ma possono risultare incomprensibili agli appartenenti ad un gruppo diverso.

Culture a basso contesto

Una cultura a basso contesto si basa sulla comunicazione esplicita e diretta. Nella comunicazione a basso contesto, la maggiore parte delle informazioni in un messaggio viene scritta e definita. L’orientamento culturale principale é l’individualismo. Tedeschi, scandinavi, americani e australiani sono generalmente considerati come appartenenti alla cultura a basso contesto.

Avendo a che fare con persone appartenenti principalmente a culture di basso contesto, è possibile che:

1. il messaggio contenga tutte le informazioni necessarie e nulla di più

2. gli approfondimenti vengono forniti verbalmente per evitare malintesi

3. le persone tendono ad avere relazioni a breve termine

4. le persone seguono attentamente le regole e le norme.

Per evitare “incidenti diplomatici” io cerco di osservare il mio interlocutore e di “emulare” la gestione complessiva della conversazione utilizzando la tecnica dello specchio, cioè ripetendo il linguaggio del corpo e il tipo di parole che utilizza.

E tu, a quale gruppo culturale pensi di appartenere? Quale tecnica usi per comunicare meglio?