Oggi, domenica di Pasqua, presto Un’improvvisa tempesta di neve si e’ abbattuta sull’isola. Tra i cespugli verdeggianti c’era neve. Il mio ragazzo mi ha portato verso un piccolo albicocco attaccato alla casa strappandomi ad un verso in cui puntavo il dito contro coloro che stanno preparando una guerra che puo’ cancellare il continente, quest’isola, il mio popolo, la mia famiglia e me stesso. In silenzio abbiamo messo un sacco sopra all’albero tremante di freddo.
Trovo questa poesia di Bertolt Brecht molto appropriata ai tempi che stiamo vivendo. Purtroppo.
Jim Morrison, poeta prestato alla musica, leader carismatico dei Doors, ha incarnato la sua epoca alla perfezione facendosi portavoce di una generazione “maledetta”, di una generazione che aveva trovato finalmente il coraggio di uscire dagli schemi e dal conformismo imperante in tutta la societá occidentale. Probabilmente il suo unico limite fu il narcismo che lo portó all’autodistruzione. Anche lui fu vittima della cosidetta maledizione “J”, come Jimi Hendrix e Janis Joplin.
Puoi descrivere parti di me, ma chi sono e quello di cui ho bisogno
lo posso scoprire solo io.
Chinua Achebe
Chinua Achebe é stato non solo un eminente poeta nigeriano, ma anche un critico, professore e autore di celebri romanzi. Diventó famoso grazie al libro “Il crollo” che é ancora letto e studiato in tutta l’Africa. Puó essere considerato il padre della letteratura africana moderna in lingua inglese. Nel 2007 ha vinto il premio ‘Man Booker International’.
Lo distinguiamo dagli altri come se fosse un cavallino diverso da tutti i cavalli. Gli adorniamo la fronte con un nastro, gli posiamo sul collo sonagli colorati, e a mezzanotte lo andiamo a ricevere come se fosse un esploratore che scende da una stella.
Come il pane assomiglia al pane di ieri, come un anello a tutti gli anelli: i giorni sbattono le palpebre chiari, tintinnanti, fuggiaschi, e si appoggiano nella notte oscura.
Vedo l’ultimo giorno di questo anno in una ferrovia, verso le piogge del distante arcipelago violetto, e l’uomo della macchina, complicata come un orologio del cielo, che china gli occhi all’infinito modello delle rotaie, alle brillanti manovelle, ai veloci vincoli del fuoco.
Oh conduttore di treni sboccati verso stazioni nere della notte. Questa fine dell’anno senza donna e senza figli, non è uguale a quello di ieri, a quello di domani?
Dalle vie e dai sentieri il primo giorno, la prima aurora di un anno che comincia, ha lo stesso ossidato colore di treno di ferro: e salutano gli esseri della strada, le vacche, i villaggi, nel vapore dell’alba, senza sapere che si tratta della porta dell’anno, di un giorno scosso da campane, fiorito con piume e garofani.
La terra non lo sa: accoglierà questo giorno dorato, grigio, celeste, lo dispiegherà in colline lo bagnerà con frecce di trasparente pioggia e poi lo avvolgerà nell’ombra.
Eppure piccola porta della speranza, nuovo giorno dell’anno, sebbene tu sia uguale agli altri come i pani a ogni altro pane, ci prepariamo a viverti in altro modo, ci prepariamo a mangiare, a fiorire, a sperare.
Ti metteremo come una torta nella nostra vita, ti infiammeremo come un candelabro, ti berremo come un liquido topazio.
Giorno dell’anno nuovo, giorno elettrico, fresco, tutte le foglie escono verdi dal tronco del tuo tempo.
Incoronaci con acqua, con gelsomini aperti, con tutti gli aromi spiegati, sì, benché tu sia solo un giorno, un povero giorno umano, la tua aureola palpita su tanti cuori stanchi e sei, oh giorno nuovo, oh nuvola da venire, pane mai visto, torre permanente!